sabato 23 giugno 2012

Scusate la levità.

Sì, questo libro è lieve, ma non leggero. Riderete, entrerete nel flusso di Coscienza, ne vivrete la vita e vi commuoverete. E ne uscirete lievi e con levità: mica cosa da poco, in mezzo a tanta grevitudine.
Mi accorgo che non ho scritto della scrittura, meravigliosa e femminile (meravigliosamente femminile?); nel caso ciò li fermasse, aggiungo che farebbe un gran bene (anche) agli uomini.
p.s. rubo all'autrice, maestra dei calembour, citandola: è "la forza "di levità" contro la forza di grevità"
http://www.edizioninottetempo.it/catalogo/scusate-la-polvere/

La lunga attesa dell'angelo: il figlio del tintore come non l'avete mai letto.


Ora, ci penso da un po' a cosa scrivere di questo libro, perché non è facile. Da questo romanzo di un po' più di 400 pagine (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788817038836/La_lunga_attesa_dell%27angelo/Mazzucco_Melania_G.html), ne è nato un altro pure di 400 (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788817030380/Jacomo_Tintoretto_e_i_suoi_figli_Biografia_di_una_famiglia_veneziana/Mazzucco_Melania_G.html) e gli aggettivi potrebbero sprecarsi: una scrittura potente, avvincente, immaginifica ma fortemente realistica. Così forse qualche critico, ma senza troppa fantasia. La verità è che entrerete nel cuore e nella vita di Jacopo Tintoretto e non dubiterete mai, neppure per una frazione infinitesima di tempo, che il fluire del suo pensiero sia realtà e non una finzione letteraria.

giovedì 2 febbraio 2012

Il senso di Monti per le parole.

Prima Michel Martone, poi direttamente Mario Monti, la tentazione di dire quello che passa per la mente senza alcun filtro si trasforma in realtà. E dire che nel post berlusconi, che così male ci aveva abituati, non ce l'aspettavamo. Le parole, diceva Moretti in "Palombella Rossa", sono importanti: se parli male, pensi male e vivi male.

Mettendo in atto un esercizio di comprensione che mi costa la fatica dell'indulgenza, provo a tradurre il meta-pensiero dei rappresentanti dell'attuale governo tecnico/politico. Nel caso del giovane rampollo (Martone), suppongo ci fosse l'idea di combattere un abbandono e un ritardo negli studi che da sempre - o almeno, da che ne ho memoria - affligge il nostro sistema universitario, cosa che non fa che aumentare la SFORTUNATA CONDIZIONE di una popolazione giovanile già afflitta da molti mali (scarsità di lavoro e conseguente impossibilità per i bamboccioni, sfigati e annoiati che popolano il nostro paese, di lasciare la casa paterna per pagarsi un affitto - a proposito, e una politica per calmierare gli affitti, in Italia, da quando non si vede? - e di farsi una famiglia, di comprare libri, andare al cinema o al teatro o a un museo, ecc).
Nel caso del più vecchio ma non sempre più saggio Monti, c'è l'idea di una società in cui il lavoro cambia aspetto, in cui bisogna prepararsi a cambiarlo spesso, ad essere flessibili. E' cosa vecchia. Se non erro, era già scenario presente nel Libro Bianco europeo a cura di Jacques Delors Crescita, competitività, occupazione - Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo, del lontano 1993. E già da allora si avevano ben presenti le sfide che il cambiamento poneva: governare questa flessibilità che sempre più si impone, distinguere come dice il ministro Fornero tra flessibilità "buona" e "cattiva", non trasformare la flessibilità in incertezza nella vita delle persone e in possibilità di sfruttamento del lavoro. Ma l'Italia, si sa, arriva sempre tardi nei dibattiti, rispetto a una realtà che è più veloce delle parole. Per anni, nel nord benestante d'Italia, cambiare lavoro, essere "flessibili" era non solo desiderato ma addirittura un plus di cui farsi vanto. Nel sud no, invece, ma non per mancata volontà o pigrizia, come sostiene un pernsiero verde ma non ecologista: al sud, il lavoro è sempre stato chimera da inseguire emigrando.

Però... però nel frattempo, da quel lontano 1993, ci separano due crisi economiche fortissime, una delle quali ancora in atto, che stanno trasformando la stessa ottica con cui guardare la crescita e il benessere, che mettono in discussione questa continua corsa ai consumi che sta consumando risorse e possibilità e sta chiudendo gli orizzonti a tutti e ai più giovani in particolare. Da quel 1993 ci separa anche un ventennio nefasto che ci ha lasciato tutti i nervi scoperti. Siamo, noi Italiani, come un convalescente, dopo lunghissima malattia non ancora sconfitta; come Nora di Ibsen, che ha perso la fiducia nel matrimonio con un uomo che gli appare sconosciuto, siamo noi verso la politica, verso quelle stesse persone che dovrebbero essere nostri rappresentanti ma che, grazie anche a un sistema elettorale perverso ma comodo, da noi si pongono a distanze siderali, stipendi compresi.

Ecco, solo questo ho da dire: che con noi Italiani non ci si può più permettere di non pesare le parole; bisogna badare al tono, al contenuto, alle sfumature, a tutte le possibili letture e, all'occorrenza, SAPER TACERE. Aver cura di un'innamorato deluso e convalescente. Oggi, più che mai, le parole sono importanti, il COME si dice coincide con QUEL che si dice.

Bisognerebbe che i nostri rappresentanti non lo dimenticassero. Mai più.



venerdì 6 gennaio 2012

Rampini, Slow Economy: tutto quello che potreste aspettarvi e che non arriva...

Il libro si intitola Slow Economy, sottotitolo Rinascere con saggezza, a cui si aggiunge la frase presente in copertina "Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall'Oriente", ma se aderite a quanto proclamato non troverete, nel libro, ciò che cercate. Per quanto riguarda l'Oriente, infatti, a parte un breve cenno all'inizio all'attenzione dei singoli cinesi al consumo responsabile, Rampini mette proprio in evidenza contrasti, conflitti e controsensi in Cina, India ma anche nell'Occidente. È proprio questo lo strano del libro, critico nei riguardi dei consumi e dell'inquinamento nella corsa alla potenza economica di quello che aveva in precendenza definito come l'impero di Cindia (Cina+India).
In realtà, è come leggere una serie di riflessioni, apparentemente slegate, su Cina, India, Stati Uniti ed Europa da parte di chi ha vissuto queste realtà da vicino. Ricaverete informazioni interessanti sul passato e sul fututo della Cina, dei suoi rapporti con l'Occidente europeo, sulla Cambogia, sul Vietnam, sull'India, ricavandone anche un discreto numero di indicazioni bibliografiche interessanti e luce su figure uncihe a noi ignote, come Murlidhar Devidas Amte (http://www.giornaledelticino.ch/5940/ramtha-la-luce-murlidhar-devidas-amte-il-santo-degli-%E2%80%9Cintoccabili%E2%80%9D) e il dottor Beat Richner, sorta di Gino Strada sveìizzero per la Cambogia (http://www.beatocello.com/). Con la conclusione che col prevalere economico dell'Oriente asiatico bisogna farci i conti, imparare a conviverci e farcene una ragione, dato che così è e così e giusto che sia, visto anche il passato glorioso dei paesi di cui si parla, accettare questi corsi e ricorsi storici. Di sicuro, si evince il suggerimento di una possibile alleanza Oriente-Occidente per uno sviluppo che sia veramente sostenibile, magari attraverso joint venture per la ricerca sulle fonti energetiche alternative, in cui la vecchia Europa è avanti ma non ha abbastanza risorse economiche, in opposizione agli Stati Uniti, ancora "spreconi" e consumisti all'inverosimile.
Insomma, il pregio è di essere scorrevolissimo e denso, per quanto disorganico all'apparenza.
Da leggere, tanto lo si "fuma" in un "fiat".

domenica 18 dicembre 2011

TRE FAVOLE


Sarà che siamo in tempo di crisi - mi piace pensarlo che sia per questo - ma i film più belli ultimamente sono anche divertenti e parlano tutti della solidarietà attraverso l'amore. Raccontano, tutti, del sogno di un amore vero. Quasi tutti in forma di favola. Film diversissimi: Miracolo a Le Havre di Kaurismaki, Midnight in Paris di Allen e The Artist del poco conosciuto Hazanavicius. Sembra come se, in tempo di crisi, fosse confortante pensare ai migliori ammortizzatori sociali nella vita di ognuno, quelli a costo (economico) zero: l'amore e il sorriso, l'amore che fa sorridere, il sorriso frutto dell'amore, tutti ci trasportano nel sogno lontano dal grigio della realtà, che poi quando torniamo di nuovo si anima di colore. In tempo di pesantezza cosmica la leggerezza è quasi dovuta, anche quando l'argomento trattato ha peso specifico rilevante come in Miracolo a Le Havre.
Così mi sono goduta Kaurismaki fino alle lacrime, Allen mi ha sollevata mentre scivolavo giù, ma The Artist mi ha fatto, letteralmente, ballare. Un film che catapulta nel passato, che parla attraverso la musica, che usa il silenzio ASSOLUTO (quante volte, al cinema? mai), che ci fa sognare il muto e il musical e, ancora una volta, l'Amore con la A maiuscola. Che spinge a parlare in sala e costringe ad ascoltare chi parla (la musica non riesce a coprire le voci): così accanto a me una coppia continuava a commentare, raccontarsi e tentare di anticipare il film; avrei voluto dirgli "guardate che è un film muto!", ma poi ho pensato a quando il cinema era occasione sociale e con le pellicole si parlava, ho pensato che si accordava al film e ho lasciato perdere, immersa in un divertimento assoluto, puro.
La cosa sorprendente è che, alla fine, ti si muovono i piedi da soli, esci dal cinema ballando il tip tap e fai i gradini volando. Con passo di danza ho raggiunto la fermata del tram - sì, del tram, come si addice ai film di una volta - sono saltata sul predellino trascinando di lato una gamba a tempo di musica e ho attraversato il corridoio con schiocchi di tacco e punta.
Poi la vocina ha annunciato "Fermata Oberdan" e mi sono svegliata, le luci in sala si sono riaccese ed era quasi casa. Quasi.

lunedì 19 settembre 2011

Settembre, città.

Nell'estate torrida
questa cappa ci appartiene
tessuto di infinite solitudini,
solitudini infinite
soffocano nella sua afa triste
tessono tela di ragni suicidi
facendo, pensando di non volere.